20 Dec 2016

Emilio Cavallini e le calze che fanno impazzire le star

Intervista a Emilio Cavallini, l’inventore delle calze più indossate e celebri del mondo amate dai vip, prima tra tutti Madonna

È l’inventore delle calze più indossate e celebri del mondo, le prime ad essere portate dalle ragazze dopo l’invenzione della minigonna nonché le preferite da decine di vip, prima tra tutti Madonna.
Emilio Cavallini, toscano doc, si è ricavato un ruolo nella storia della moda internazionale partendo da zero, forte soltanto di talento e tenacia.

Oggi vive tra Firenze e New York, e se le calze restano ancora la sua attività commerciale principale, i suoi interessi si sono gradualmente spostati verso l’arte: ormai da diversi anni ha infatti cominciato a realizzare opere proprio con il tessuto della calza, originalissime nel loro genere. Esposte nelle gallarie più prestigiose in Europa e in America, le sue creazioni raccontano molto di lui, del suo essere imprenditore, artista, artigiano e ovviamente uomo.

Luxgallery ha incontrato e intervistato Emilio Cavallini per farvi scoprire “l’altro lato” della moda, oltre a regalarvi un prezioso suggerimento per gli acquisti di Natale.

È da poco terminata con successo la tua mostra alla GR Gallery di Manhattan, con 25 opere rappresentati tre decenni di lavoro. Un qualcosa di molto particolare…
Credo di sì. È vero che le calze sono state introdotte nella storia dell’arte a partire dagli anni ’60-’70, però nessuno prima di me ne aveva cambiato l’utilizzo, “tornando indietro” nel processo di produzione dal capo finito alla materia prima. Io uso il tessuto delle calze per realizzare opere che prendono origine dalla matematica e dagli algoritmi, una mia grande passione.

Concretamente come lavora?
Prima vengono disegnate le opere che ho in mente, seguendo appunto delle coordinate specifiche; solo in un secondo momento di passa al lavoro “artigianale” vero e proprio.
È iniziato tutto un po’ per caso, quando negli anni Settanta intendevo creare un archivio della mia produzione; a poco a poco sono diventate delle creazioni artistiche autonome, distaccate dall’altra parte del mio mestiere. Nel 2000 ho pubblicato un libro al riguardo edito da Rizzoli e rivestito di una calza a rete nera, un qualcosa a metà tra la mia storia e le immagini che rappresentano i miei lavori. Nel frattempo, la richiesta di mostre personali è andata sempre più aumentando, nonostante alle grandi gallerie io preferisca quelle di nicchia specializzate, come il circuito dell’Opera Gallery di Parigi.

Ci racconta la sua originale ascesa nel mondo della moda?
Negli anni ’90 facevo collezioni e sfilate a Milano per l’uomo, a Parigi per la donna: ero un po’ lo stilista di tutto, sempre però proponendo capi particolari, all’avanguardia.
Ma la storia delle mie calze inizia in realtà molto prima, quando avevo appena diciotto anni e adoravo la beat generation, frequentavo Londra, ero già un grande appassionato di moda – soprattutto quella di strada – e passavo parecchio tempo dietro alla contemplazione e allo studio dell’arte antica (a tal proposito ricordo che fin da piccolo venivo appositamente a Firenze da San Miniato per visitare le chiese).
Un giorno mi ritrovai nello studio di Mary Quant, l’inventrice della minigonna, cercando di fare uno stage perché allora non esistevano neppure le scuole di moda. A un certo punto lei disse: “Ho bisogno di qualcuno che si occupi delle calze”; nessuno si fece avanti, e allora mi proposi io, conscio del fatto che in Toscana, nella zona in cui sono nato, c’erano all’epoca ben tre calzifici storici.
Senza perdere tempo le presentai dei disegni semplici, geometrici, regolari, il cui tema portante erano le righe bianche e nere, o bianche e blu, bianche e rosse, orizzontali e verticali. Beh, le piacquero tantissimo, perciò mi misi subito all’opera per cercare di farle realizzare da una delle aziende che avevo in mente. Nessuno tuttavia credette troppo nel mio progetto, così nel 1970 aprii un’azienda in proprio per la produzione di calze, e in seguito anche di collant.

Qual è stata l’invenzione che le ha regalato la vera fama?
Sono passato alla storia come promotore delle calze a rete, che fino a quel momento venivano fatte solo attraverso un tessuto con cuciture dietro; io ho inventato nello specifico le reti tubolari, spingendomi sino all’audacia di calze che vestivano l’intero corpo, le quali fecero impazzire Madonna e non pochi altri vip.

Tutta la sua produzione, tanto artistica quanto legata alla moda, si caratterizza perché innovativa e all’avanguardia. Secondo lei esiste un limite a ciò che si può definire arte, o il concetto è ormai completamente aleatorio?
In realtà tutta la natura è arte. Io penso che l’occhio debba abituarsi a vedere le cose di ogni giorno emozionandosi come se le osservasse per la prima volta. Fare ricerca artistica oggi come oggi significa soprattutto riuscire a far vivere al tuo interlocutore l’esperienza della sopresa di fronte alla quotidianità.
Il mio unico “limite”, se così lo vogliamo chiamare, è che per me l’arte deve essere bella ora, riuscendo tuttavia a durare nel tempo; non apprezzo le creazioni estemporanee che scompaiono o finiscono nel dimenticatoio dopo appena qualche decennio.

Se dovesse mettere Firenze e New York a confronto?
Se devo essere onesto quando sono a Firenze vorrei trovarmi a New York e viceversa. Sono due città completamente diverse: Firenze mi regala emozioni indescrivibili quando passeggio, entro ad esempio nella Chiesa di Santo Spirito e vedo il Giotto restaurato, ma dopo un po’ comincio ad annoiarmi, perché l’offerta di cose da fare e gli stimoli non sono paragonabili all’America.
New York invece è la modernità, la grandezza, l’architettura, il rinascimento attuale nella ricostruzione più che nelle opere vere e proprie. È anche multiculturalità, un incrocio di persone di ogni genere arrivate lì negli ultimi cento anni che si dimostrano aperte agli stranieri e sempre pronte a darsi una mano l’un l’altro.

Chiudiamo con un consiglio per un giovane artista.
Viaggiare più che si può! Nei Paesi nordici, in Europa, in Russia. È fondamentale conoscere il mondo e la gente che lo abita, cosa che non si può imparare a scuola, ma solo attraverso il viaggio. E se questo debba implicare un po’ di sacrificio perché le risorse economiche scarseggiano, ben venga: aiuterà ancora di più a crescere.

Info: www.emiliocavallini.com

Chiara Giacobelli

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